Microclismi

Molly: perché le microtrame?

6 anni ago, Scritto da , Pubblicato in Italioti

E allora parliamo di queste “Moment capsule molli”, o meglio, di come io le ho vissute. Confessione: la prima volta che ho visto lo spot non ho assolutamente colto il triplo carpiato dell’operazione. Sono riusciti a convincermi del fatto che la storia fosse semplicemente costruita su un’idea di entusiasmo generalizzato e irrazionale per la capsula. Ho intravisto questi due giovinastri molto contenti, forse innamorati, ridere, farsi le frecciatine, salire in motorino e ho pensato che fossero talmente felici da urlare a gran voce tutto quello che vedevano scritto sui muri, compresi i cartelloni pubblicitari, compreso il cartellone Moment capsule molli. E ho pensato: “eh, quando le idee scarseggiano…”.

Tuttavia, non so come dire, mi sembrava molto onesta l’operazione:

“Non sappiamo che cazzo dire intorno a questo fatto che i Moment da oggi sono anche molli, in fin dei conti ci sembra un gran cazzata, per cui non perdiamo troppo tempo a trovare un’idea creativa… facciamo semplicemente che ci sono questi due che si entusiasmano per la faccenda e che dicono continuamente molli molli molli”.

Bravi.
Coraggiosi.
Onesti.

A dirla tutta ci sarebbe stata pure un’idea sotto. L’idea del demenziale che paga sempre.

La seconda volta che incrocio lo spot, qualcosa non mi convince, quindi mi concentro un attimo e capisco:

C’era una volta una studentessa inglese. Una mattina di primavera questa incrocia un amico in motorino e gli dice che ha molto mal di testa. Lui le offre il Moment e la chiama per nome: “Molly!”. Bisogna essere focalizzati quando dice “Molly!” nome proprio, se no non capisci il seguito. A quel punto i due salgono spavaldi e sorridenti su un motorino. In sella, il nostro cow boy metropolitano (che evidentemente non guarda la strada) segnala all’amica le capsule molli sul cartellone pubblicitario (e lì c’è il doppio gioco fantastico: molli perché le ha dato la capsula contro il mal di testa, molli perché si chiama Molly che si scrive in un altro modo ma la cosa non ha rilevanza). Lei a quel punto si entusiasma un sacco (anche perché lui ha indicato il poster con il dito lasciando il manubrio), ma non si capisce esattamente perché? forse perché è primavera? per compiacerlo? perché a quel punto è sicura di aver inghiottito un medicinale e non un anfetamina. C’è un attimo di imbarazzo confuso.

E così mi sono intristita. Perché siamo sempre là.

Quando la Saratoga Sigillante mi metteva la sventola a bordo piscina per via della parola “silicone”, non mi sono scandalizzata più di tanto: è una operazione povera, banale, ordinaria ma non ha neanche pretese di essere qualcos’altro. Ecco, quando mi spavento io? quando mi elaborano le microtrame sul nulla; quando al posto della “sventolona” mi costruiscono (e so che sto usando impropriamente il pronome personale), una breve soup con lui lei e l’altra dove l’altra (per altro) risponde al cliché della colf sporcacciona: “Brava Giovanna!”. A questo proposito mi è venuta in mente anche lo spot per il Nescafé Cappuccino quando viene inserito in un contesto dopofesta o dopo sbornia… ve lo ricordate? … di questi che si alzano la mattina devastati, parlano del niente e dissolvono i granelli nel tazzone. Che non ha nessun senso!

Perché?
Comunque.
Alla fine davanti a Molly lo spettatore rimane incredulo:

  1. Cosa mi dà in più questa capsula? (non si capisce, non sicuramente la studentessa inglese!)

  2. Volevate regalarmi una storia? (non l’ho capita bene, non mi fa ridere, anzi, sono confuso)

  3. Di che cazzo stavamo parlando? (mi ricordo solo un motorino e un’aria di primavera).

Microclisma: tra un’idea di merda e l’assenza dell’idea io francamente preferisco un onesto, santo, coraggioso vuoto siderale di senso.

Copywriter, autrice e giornalista Laureata Magistrale in Lettere e Filosofia con Master in Comunicazione e specializzazione in Copywriting.

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