Microclismi

Bikini, palloni e olio di cocco.

6 anni ago, Scritto da , Pubblicato in microestemporanee

Stamattina l’ho proprio pensato: devo scrivere un post su questa cosa, sul fatto che l’estate a Milano, per chi è nato in una città di mare, è una cosa assolutamente spaventosa. Non ti torna proprio. Se poi ci mettiamo vicino il culto che ha Trieste per il sale, il sole e l’olio autoabbronzante, allora capite che il salto è veramente notevole. Per chi non lo sapesse, la stagione estiva a Trieste è praticamente una divinità pagana alla quale bisogna preghiera e devozione. Tutti i cittadini maschi della Tergeste ai primi di maggio cominciano a uscire di casa in bermudini floreali e infradito gommate fluo: insieme alla ventiquattr’ore hanno un simpatico borsone sportivo dove non manca la crema al cocco, il Piccolo, la settimana enigmistica, e la bic senza tappo. L’asciugamano spesso è già sul collo, arrotolato a serpente. Si presentano in ufficio così, senza nessuna vergogna, perché il capoufficio veste esattamente come loro con la sola differenza che l’asciugamano è Armani e non Oviesse. I ragazzini che vanno ancora a scuola, non preparano lo zaino ma la borsa del mare con qualche libro dentro. In quarta ginnasio mi è capitato di tirar fuori il mio manualetto di grammatica greca trasudante Nivea Sun protezione tre. E’ così Trieste. In pausa pranzo le colleghe vanno insieme al solarium per farsi “la base”, si denudano al sole caffettino e sigaretta, mentre i colleghi maschi si fanno una nuotata e si cambiano sotto un pino, asciugandosi come Mowgli nella foresta. Senza parlare delle migliori in assoluto, le anziane signore sulla settantina… non esattamente tonicissime, queste con uno stile che non vi so descrivere, si avvolgono in un pareo leopardato e vanno a prendere il bus che le porterà diritte in spiaggia.

Dai primi di giugno non c’è più religione: le diciottenni attraversano le strade con bikini a fascia provocando milioni di morti. Ti può capitare anche di guidare, investire un pallone gonfiabile, bestemmiare e trovarti un nugolo di ragazzini urlanti “Mi scusi eh? adesso ce la ricompra però!”. A luglio, intorno alle 12.00 Trieste è tutta in acqua. Se la riprendi da un aereo vedi tutta la popolazione in mare e la città completamente deserta. Io sono cresciuta così, con questo senso di libertà del corpo, dove il passaggio aria/acqua è immediato, dove arriva un temporale mentre sei a 100 metri dalla costa, dove si va in pizzeria ancora umidi e salsedinosi e ti prestano un cuscino da metterti sotto il culo. Perché vi racconto tutto questo? Perché mi viene da ridere pensare che per Milano l’estate sia semplicemente la stagione in cui al posto delle maniche lunghe, metti le maniche corte e finita lì, dove sudi e stai male, dove l’afa ti attanaglia, dove puzzi e il massimo che puoi permetterti sono 12 euro di lamapada. Ieri, a una presentazione, il mio direttore creativo ha dovuto chiedere di togliersi la giacca con 30 gradi celsius. A Trieste, alle Generali, il Superstramega direttore ha il costume sotto la braga di lino bianca, e si vede, eccome se si vede.

Microclisma: oggi andrò a mangiare un panino in qualche bar qui vicino e penserò alle “vecie” di Trieste che tagliano l’anguria sullo scoglio con intorno i bambini festanti che si sputano addosso i semini. Fine del momento nostalgico per oggi. Saranno i 29 che stanno arrivando?

 

Copywriter, autrice e giornalista Laureata Magistrale in Lettere e Filosofia con Master in Comunicazione e specializzazione in Copywriting.

7 Commenti

    • Marta Zacchigna
    • Marta Zacchigna
    • Marta Zacchigna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *