Microclismi

Pergamena e pellicola

L’importanza di un Festival alla Sceneggiatura e l’apertura “democratica” del Premio Sergio Amidei.

Manifesto del Premio Amidei Gorizia 2009Ogni film nasce sulla carta. Sembra un’affermazione banale, ma se consideriamo il fatto che la sceneggiatura rappresenta la prima messa in forma dell’idea, se la trattiamo per quello che è, ossia un prodotto letterario a tutti gli effetti, l’assunto acquista forse più pregnanza. Eppure spesso ci si dimentica che dietro ad un buon film c’è, prima di tutto, una buona scrittura. E in effetti, nonostante la sua natura ibrida, funzionale, finalizzata, il lavoro di script richiede un importante lavoro di astrazione visiva, oltre che una fine conoscenza della grammatica cinematografica nelle sue potenzialità più operative e concrete (tempi, ritmi, montaggio…).

Sono solo suggestioni ma bastano a nobilitare un evento come quello del Premio Amidei, che, al di là delle pellicole proiettate, ha offerto anche quest’anno un corollario di incontri capaci di toccare la materia viva della professione. D’altronde è solo attraverso il contatto diretto con gli autori che si possono ricostruire le geografie di un’idea vincente, o la messa a fuoco filmica di un’intuizione di scrittura brillante: quante trovate “di regia”, in realtà, erano in nuce già sulla carta? quante le riprese suggerite dalla penna? quante le scelte squisitamente cinematografiche attribuite erroneamente al regista?

Ma, allora — viene ancora da chiedersi — quanto una sceneggiatura condiziona le linee narrative? i personaggi? e qual è il suo grado di malleabilità rispetto all’intenzione registica?
È un terreno che va ancora smosso e approfondito, basti pensare alla rilevanza che certe “conoscenze” possono avere nell’indagine critica; sì, perché prima di essere declamata, recitata, incisa, prima di compenetrarsi all’immagine, di plasmarsi in voce, in corpo, in espressione, la parola è ferma, stampata, immobile; e possiede una storia produttiva sua propria.

BressonOmaggio anche ai più piccoli, che, prima di essere piazzatidavanti all’ultimo Miyazaki, hanno invaso i laboratori con somma preoccupazione dei restauratori, che — si sa — coltivano un feticismo a tratti raggelante. Ma potremmo anche parlare di quegli eroi malinconici che hanno accettato la sfida di un Bresson: le riflessioni metafisiche del maestro francese, va detto, non si sposano perfettamente con le quattro di un pomeriggio d’agosto. Eppure — anche in questa occasione con sommo giubilo per lo studente che ha redatto la scheda critica — non è mancata la partecipazione, complice anche il condizionamento d’aria che ha consentito ai più devastati una pennichella comoda e fresca. Da lode anche il pubblico che, si è seduto spontaneamente davanti ad un Lang del 1929. Grande il compiacimento di chi ha fatto del cinema tedesco la sua materia d’interesse primario. Il microfono è passato di mano in mano, dal curatore, all’ospite, al pubblico, allo studente in erba. Il giornalino del Festival e il catalogo giravano vorticosamente, mentre, durante gli incontri, domande e risposte hanno rievocato aneddoti, storie, esperienze, tutte chicche che, ovviamente, non trovano spazio nella didattica corrente.

Il cinema di queste occasioni vuole anche esplorare le intersezioni: tra gli invitati persino un astronomo che, in una suggestiva tangenza cinema-scienza, ha corredato la rassegna sulla luna che ha di rito proposto anche Le vojages dans la Lune di Méliès (immancabile naturalmente l’accompagnameno musicale in sala). La vera attrazione è stata però la performance di Paolo Spaziani: all’interno della sezione words writings l’artista ha recitato Rimbaud risalendo a falcate le poltrone del cinema (qualcuno saprebbe riconoscere il disegno della sua suola), mentre un taciturno musicista si distendeva sulla tastiera di un pianoforte e si cimentava in atletiche flessioni su fisarmonica. Sullo sfondo un monitor allestito dallo stesso performer che riportava lettere e parole galleggianti, a riprova del fatto che l’irrazionalità bohemienne possiede ancora una sua autorità artistica. Spaziani, dopo un urlo che ha paralizzato l’audience, si è acceso una sigaretta ed è uscito disinvoltamente di scena.
Ma non è tutto. Il Festival si è offerto anche come piattaforma informativa: i colleghi transfrontalieri hanno avuto il loro spazio con la presentazione e l’invito allargato al festival solveno Kino Otok, che vede nella Lasko Pivo la musa imprescindibile dell’evento.

Spazio ai più picoli Al Premio Amidei

Alla sera il parco Coronini è gremito di gente: gli autori, gli studenti, i curatori, le anziane signore con sciallettino ad uncinetto, gli spiantati anonimi e conosciutissimi che compaiono ad ogni appuntamento cinematografico, i fanatici alla quindicesima ora di proiezione con un livello d’isteria spaventoso, e poi ancora le coppiette, assolutamente ignare del titolo, distese sull’erba ad approfittare della suggestiva cornice open space: una dimensione nazionalpopolare, dove l’intellettuale e il non intellettuale si eguagliano nello spazio della compartecipazione emotiva. In questo si risconta quasi un ritorno inatteso ai primordi del cinema. Talentuosi video maker hanno presentato dei cortometraggi — qualche risata grassa perché il presentatore ha confuso il titolo o storpiato il nome dell’autore. E ancora i balletti mattacchioni tra Giraldi e Scola “avevamo detto che parlavi tu?”,io? sì, forse, ma in realtà non ho niente da dire ” … hanno regalato un’ilarità autentica e spontanea.

L’attesissimo Paul Schrader è arrivato barcollante, ancora intontito dal jet lag, e si è regalato una chiacchierata rilassata e informale con i colleghi nostrani ormai stremati dalla maratona festivaliera. Ecco che la stanchezza rende tutti più sinceri. E l’insegnamento per chi il cinema lo scrive — per diletto o per lavoro — è imponente; per quanto si varino i format preesistenti, per quanto si studino le manualistiche americane, per quanto si leggano i trattati di narratologia, la dimensione ancestrale del cinema, che è l’idea e che ha la stessa sostanza dell’idea letteraria, nasce, evolve e si consuma nella realtà degli incontri, nello scambio, nella comunicazione. Per chi ha la stoffa buona, due settimane di immersione con personaggi che non si incontro proprio così spesso, possono rappresentare il boomerang che fa ridecollare i progetti, i sogni di scrittori scoraggiati ma non vinti.

Silenzio assoluto sul vincitore, attenti alle soffiate. Alla rassegna stampa compaiono Marco Risi e Andrea Purgatori, sguardi truci e serissimi. “Devono avere paura ” è l’uscita lapidaria di Purgatori che si riferisce ad un’azione di protesta aperta contro le direttive dell’ultima finanziaria. E chi, più di uno sceneggiatore, sa quando è bene lasciare spazio all’azione. Giustamente, il Premio è finito, ma il cinema deve andare avanti. Ed è forse sull’onda di questo entusiasmo di resistenza che qualcuno scriverà ancora, nonostante tutto.

Risi e Purgatori

Pubblicato su Fucine Mute