Microclismi

Sulla natura del prossimamente (I)

“….è necessaria la brevità, affinché il pensiero possa correre…”
Orazio (Sat. I, 10, v. 9)

Non sorprende che, nel panorama degli studi cinematografici, il “fenomeno” trailer abbia da sempre occupato un posto di assoluta minorità. È facile comprendere le ragioni di questo disinteresse: i prossimamente hanno inevitabilmente rappresentato per gli addetti ai lavori un testo fondamentalmente indirizzato alla “mercificazione” del prodotto cinematografico.

Sulla natura del prossimamente di Marta Zacchigna

La sua natura sfuggente, quasi inquinata, ha portato a considerarlo un “sottoprodotto” tutto interno al meccanismo delle tecniche di promozione pubblicitaria, e quindi privo di uno statuto che richiamasse, anche da lontano, la sfera dell’intenzione creativa.

A latere — inoltre — sussiste il problema delle fonti: il trailer, prodotto di natura effimera, non ha ovviamente meritato le stesse attenzioni riservate al testo filmico. Da qui la difficoltà a reperire cataloghi o inventariazioni analitiche che possano avviare una ricerca sistematica. Al di là di questo, resta poi il problema della fruibilità: le Cineteche sono sempre più reticenti a svolgere le bobine, soprattutto quando si trovano accatastate l’una sull’altra in uno stanzone polveroso, magari già in avanzato stato di decadimento. Un importante traguardo in questo senso (ma siamo davvero molto lontani dal raggiungerlo), sarebbe il trasferimento delle pellicole su supporto digitale: l’operazione consentirebbe, da una parte, una certa agilità di consultazione, dall’altra, un rallentamento nello stato di usura delle pellicole, a quel punto, adeguatamente conservate, e “svolte” solo nel contesto di un festival o di una rassegna importante per somma gioia dei restauratori.

Un primo approccio potrebbe partire da un’ indagine sociologica tesa a rintracciare il senso — l’impatto — del trailer sugli spettatori nelle diverse epoche. Si tratta di distinguere, ad esempio, fra l’era in cui i prossimamente si consumavano all’interno della liturgia di sala — ovvero i “pezzettini”, proposti ad un pubblico che avvicinava i film nei cinema di quartiere, ancora al riparo dall’esplosione multimediale — ed il contesto post-moderno, nel quale la promozione cinematografica si avvale di strategie lanciate lungo i canali tentacolari della pubblicità televisiva e del merchandising.

Sulla scia di questa riflessione, si sono sviluppati due “filoni” di pensiero, in certo modo opposti: c’è chi ritiene che il trailer contemporaneo si appoggi appunto ad un linguaggio del tutto aderente alla promozione pubblicitaria tout court, e non rappresenti quindi l’ultimo approdo di una tradizione intimamente legata al cinema; e c’è chi considera invece che questo piccolo “precipitato” di cinema abbia mantenuto una sorta d’identità “di genere”, elaborando via via una sua forma specifica, nonostante la contaminazione degli altri contesti mediatici.

Sulla natura del prossimamente di Marta Zacchigna

Anche l’indagine semiologica può aiutare nella definizione di un’identità così rarefatta: come si configurano le interazioni fra il testo — film e il paratesto trailer? quali scelte guidano la sua costruzione? quali strategie regolano la sua “mise en scene ”? Va detto, ad esempio, che talvolta il trailer maker usufruisce di elementi “estranei” al film: una musica non contenuta nel lungometraggio, sequenze scartate, riprese con angolature diverse. È ovvio alcune piccole indagini pongono dunque domande interessanti. In un tentativo di definizione — forse un po’ forzata — qualche studioso ha tentano di assimilare il trailer al riassunto, soprattutto per la proprietà di ordinare il linguaggio secondo un movimento di espansione e contrazione: il prossimamente che ora “spiega”, ora “oscura”, ora “sfuma” i contenuti della storia.

Qui entrano in gioco le strategie retoriche: i rapporti del trailer con il film corrono sul filo della metonimia e della metafora, rispettivamente quando la narrazione condensa — magari grossolanamente — alcuni topoi fondanti, e quando esprime, con unità di senso, la materia profonda del film, il suo “ultimo” significato. Ordinato narrativamente per creare un’aspettativa, il trailer si configura anche — in rapporto al film — come una manipolazione: al fondo si tratta di estrarre alcuni motivi interni al lungometraggio, e di operare su di essi uno stravolgimento di senso. Guardato da questa angolazione, si potrebbe pensare al trailer come ad una delle infinite possibilità di “presentazione” del film, un accorpamento quasi fortuito, forse accidentale, che probabilmente non potrà restituire fino in fondo il “colore”, l’intima natura, del film che pubblicizza; ma se volessimo darci un punto di riferimento (un primo contenitore orientante), potremmo dire che il trailer segue due direttrici fondamentali: la prima, mira a restituire la storia, e deve per questo seguire un “tratteggio” intelligibile, fornire le coordinate portanti della narrazione.

Allo spettatore deve essere concessa una “prelettura” che gli permetterà di capire il genere a cui appartiene il film, (un horror, un melodramma, un western), di percepire uno sfondo, di ricostruire un “umore” dominante; il secondo è invece un movimento, per così dire, de-strutturante, teso a sfuocare la cornice narrativa e i personaggi, a ritagliare le scenografie, in favore di una costruzione altamente “emotiva”. La creazione dell’attesa viene costruita avvicinando segmenti di storia tronchi: l’idea è quella di tendere una fionda senza far partire il proiettile.

Sulla natura del prossimamente di Marta Zacchigna

Lo spettatore sarà così affascinato, e allo stesso tempo disorientato, da una storia che non può ancora “interiorizzare”. Questo spaesamento percettivo porta, chi guarda, a sviluppare inconsciamente una o più proiezioni immaginative sul film che è invitato a vedere. E l’aspettativa, continuamente frustrata, che lo spettatore cerca futilmente di ricomporre, lo porta a sviluppare una sorta di “dipendenza”, che rappresenta il centro della strategia persuasiva. Sarebbe interessante approfondire una ricerca di tipo psicologico e comportamentale.

Ma è possibile nobilitare questi “assaggini” di cinema? riconoscerne una dignità estetica? C’è chi pensa che una rapida ricognizione della cultura europea conduce ad identificare nella brevitas un luogo d’espressione poetica fra i più significativi, e chi invece sostiene che è impossibile destituire da ogni valenza estetica la massa di messaggi brevi che circolano all’interno degli apparati multimediali. In questo senso il trailer si trova in linea con la modernità: l’estetica dell’euforia che sfrutta la rapidità, il ritmo serrato. La componente estetica e passionale si configura come il nuovo linguaggio dell’universo contemporaneo che, in qualche caso, può mirare ad una dignità poetica: anche la breve pulsazione del trailer può accende un’emozione, laddove la singola parte riesce a fornire traccia significativa del suo rapporto con il tutto.

Pensiamo a tutte le trovate rumoristiche (il “mostro” di cui si sente solo il verso spaventoso, il rumore di passi indistinto, gli echi nella notte…), ai dialoghi interrotti (“Non so perché l’ho fatto… ”), alle scene “sospese” (la macchina che salta nel vuoto). E questo solo per citare qualche esempio. Comunque sia, è innegabile che questa appendice funzionale, destinata a breve vita, porta con sé un progetto di comunicazione che opera scelte e selezioni attinenti al gusto e alla sensibilità del singolo trailer maker, qualora non sia lo stesso regista (Hitchcock e Fassbinder gli esempi più conosciuti) a curarne la realizzazione.

Sulla natura del prossimamente di Marta Zacchigna

Bisognerebbe poi fare dei distinguo fondamentali come quello tra trailer televisivo e trailer cinematografico, dove quest’ultimo sembra decisamente più orientato ad attivare seduzioni sofisticate. Poi sarà necessario studiare possibili intersezioni e tenere in considerazione alcune variabili fondamentali: ad esempio comprendere la relazione tra trailer e “genere” per capire se quest’ultimo incide in maniera rilevante sulle scelte compositive.

È indubbio, ad esempio, che il trailer si adatta particolarmente a certi generi cinematografici, che ne sfruttano tutte le potenzialità “spettacolari”: il filone dell’horror — che può giocare sinteticamente su buio e luce, silenzio e rumore, e soprattutto su una montaggio che regola suspance ed effetto sorpresa in un tempo ridottissimo — ma anche la tradizione del catastrofico e gran parte della fantascienza possono offrire una vera e propria ipnosi, compattando i climax e creando giochi di contrasto tra mondo ordinario e straordinario. Un altro approccio, non privo di suggestioni, potrebbe indagare le manipolazioni effettuate su trailer destinati a diversi contesti nazionali (censure, tagli, operazioni di rimontaggio). Qui si lambiscono addirittura territori di interesse filologico: qual è stato il trailer originale dal quale sono discese le sue varianti? Come varia la costruzione dei prossimamente da paese a paese? Da questo punto di vista, ad esempio, non è difficile cogliere la diversità dei trailer statunitensi rispetto a quelli italiani.

L’“antipasto” qui ricalca la sensibilità delle diverse nazioni: la vocazione del popolo americano, abituato all’idea del “magma” culturale, sa che il cinema vive inevitabilmente di ricorrenze, di traslitterazioni, di modelli, in una perpetua intercambiabilità di forme, in un infinito gioco intertestuale. Interiorizzato questo polimorfismo, il pubblico statunitense è, diciamo così, meno ingenuo e assorbe il rovesciamento del gioco svelato (l’autocitazione, il pastiche, la parodia) apprezzando lo smontamento e il ricompattamento di archetipi ormai riconoscibili. Solitamente il trailer targato USA, non è altro che uno “spettacolino” autonomo da godere in maniera estemporanea. Di contro la tradizione italiana non riesce a liberarsi da quell’“umore” intimista, lento, misurato che porta il più delle volte ad identificare il prossimamente in relazione al marchio registico: un film di Pupi Avati, un film di Matteo Garrone.

Sulla natura del prossimamente di Marta Zacchigna

Ma sarà anche necessario “vivisezionare” il trailer, studiarlo nei suoi elementi costitutivi, per comprenderne — anche in senso storico — la sua evoluzione formale. Si terranno presenti le scelte sul “prelievo” filmico, il commento fuori campo, le didascalie sovrimpresse, le scelte musicali, il montaggio e ancora l’uso di mascherini, le scelte di tipo grafico. Tutti questi elementi, infatti, costituiscono una sorta di scrivania, un “armamentario” grazie al quale il trailer maker opera delle scelte ragionate, ma allo stesso tempo si lascia impressionare dall’intuizione. Si vedrà come, col passare dei decenni, — in un tempo relativamente breve -, il trailer cambierà fisionomia, e come — in maniera assolutamente non progressiva — passerà dai quattro minuti ai dieci secondi: un viaggio che partirà dalle forme ingenue e ridondanti degli anni Cinquanta, alle condensazioni fulminee dei giorni nostri, passando per i possibili “livelli” intermedi: un universo multiforme e variegato, dove si può assaggiare un boccone insipido, nauseante, ma anche prelibato.

Pubblicato su Fucine Mute