Microclismi

Trieste Film Festival 2009

Locandina del Trieste Film Festival 2009Sarà l’entusiasmo, cresciuto insieme al numero degli spettatori in sala, o la sinergia spontanea tra organizzatori, promotori, pubblico e istituzioni, o ancora l’inclinazione curiosa e riflessiva della città, resta che, anche quest’anno, il Trieste Film Festival ritrova in questo golfo suggestivo la sua cornice ideale, un humus che gli appartiene in maniera quasi fisiologica. I tempi distesi e rilassati, non ancora inquinati dal produttivismo furioso di questi tempi, l’inclinazione — a tratti triste e malinconica — di un borgo che si risveglia d’improvviso, rasserenato dal vento di Bora, fanno pensare a uno scenario, dove c’è il tempo di una riflessione lunga, di un contatto, di uno sguardo nuovo, e perché no, di una vera scoperta. E ancora il mare, schermo blu, sembra essere lo specchio naturale sul quale proiettare gli umori del giorno, insieme alle montagne, sbiadite dalla distanza, a monito che esiste qualcosa, in là, ancora da conoscere e comprendere. Sì, perché c’è qualcosa di intrinsecamente cinematografico in questa città, e l’ atmosfera nostalgica e luminosa dell’inverno gelido porta con sé uno stato d’animo peculiare, come il “colore” di un film, destinato a restare impresso nel ricordo.

Così, nei dintorni del Viale XX Settembre, a comprare il biglietto per una storia (non importa se è sempre la stessa), sono giovani coppie e attempati signori affezionati a un luogo ormai tanto familiare, intellettuali severi che non rinunciano a un appuntamento fisso, comitive di ragazzi e qualche anima solitaria che al cinema ci va da sola, magari da sempre. Ci si guarda, prima di prendere un posto a caso, dopo essersi sincerati che la capigliatura di fronte non sia troppo voluminosa, e si aspetta, insieme, un rituale che nei millenni non ha perso un solo granello di magia. L’anima cangiante della Trieste popolare e borghese, rozza e finemente colta, salmastra e salottiera racconta ogni giorno una varietà, una varietà che è anche la cifra dominante di questo grande evento culturale. Sì, perché il piccolo microcosmo casuale che si raccoglie in sala, “vive” e partecipa insieme di parole, immagini, personaggi e condivide molto più di quanto si pensi: in quanti ricordano un film per la strana presenza di un signore baffuto, lì, nella prima fila, o perché i pop corn erano troppo salati, il sedile decisamente scomodo.

Trieste Film Festival 2009

Eppure anche questo è cinema, ed è innegabile che da quando la settima arte è entrata nella logica commerciale del Multisala, qualcosa è cambiato: la prenotazione del posto a sedere, l’orario d’ entrata improrogabile, gli schermi, a lato delle porte, su cui scorrono a loop alcune sequenze del film, cambiano indiscutibilmente l’esperienza della visione. Al momento giusto — guidati da una maschera — il manipolo di paganti entra in sala, composto, guadagna la postazione, tutti sono lontani, non c’è un gomito che sfiora un gomito, non c’è sussurro che arrivi sbadatamente all’orecchio del vicino di poltrona: è lontano il tempo in cui una giovane coppia senz’ombrello s’ insinuava in un cinema, a metà pellicola, lontano il tempo in cui si rideva sguaiatamente insieme ad uno sconosciuto per una battuta ben riuscita, o si allungava la mano nel buio, così, liberi e provocatori. Forse dettagli, storie archiviate nella memoria dei più vecchi; oggi ci si sdraia comodi su una “poltronciona” in velluto rosso, rigorosamente numerata, dentro un cubo nero che spara luci e suoni multidirezionali, e magari da qualche parte, si trovano anche degli occhialini 3D. Ma non è un discorso di snobismo intellettuale, né un “revanscismo” nostalgico da vecchio cinefilo, no, si tratta solo di ricordare che il cinema vive su più dimensioni: il cinema di quartiere, piccolino e rionale, dove scambi sempre due parole col cassiere, il cinema del centro, un po’ più giovane, e il “neonato” Multisala, che deve rimanere una visione possibile, ma non esclusiva.

È vero che le pellicole dei fratelli Vanzina amplificano le note delle festività, e diciamo pure che c’è bisogno di qualche battuta volgare per temprare lo spirito ogni tanto, di un entertainment puro, di una sequenza di risate goliardiche; ma è vero anche che, “abbuffata” dopo “abbuffata” da quelle due ore, si può uscire un po’ nauseati, come dopo un pranzo di Natale. L’esperienza del Multisala è altra cosa: funziona come una sorta d’ immersione e dilata la componente “straordinaria” del cinema, riportandola, per certi versi, alla sua dimensione primigenia, le antiche “scatole magiche”, le prime “mirabilia”. Va detto, inoltre, che gli spazi del Multisala permettono, soprattutto per i grandi eventi, un’organizzazione e una logistica efficace e funzionale, e possono essere un palcoscenico suggestivo per molte rassegne. Pensiamo al Festival Scienceplusfiction: il “ventre oscuro” delle Torri d’Europa è la cornice ideale per far rivivere “la cosa venuta da un altro mondo ” o “l esperimento del dottor K ”.

Trieste Film Festival 2009

Preme sottolineare però che il Trieste Film Festival riferimento maturo nell’ambito degli appuntamenti tesi a promuovere la cultura cinematografica — ricorda che esistono altre dimensioni, dove le piccole sale diventano un riferimento importante. Ed è bene approfittare di un’offerta così eterogenea, sì, perché i numeri del Festival parlano da soli. Quest’anno sono stati 150 titoli i titoli proiettati nel corso della manifestazione, molti dei quali in anteprima nazionale e internazionale, distribuiti in varie e articolate sezioni, arricchite da retrospettive, omaggi, serate a tema e mostre. I dodici lungometraggi in concorso hanno “dato voce” alle nuove tendenze del cinema contemporaneo europeo, assieme ad una ventina di cortometraggi prodotti negli ultimi due anni e alla sezione documentari. Quindici le opere documentarie in concorso in quest’edizione (tutte inedite per l’Italia), che con sguardo ora severo, ora ironico, hanno affrontato veri e propri “viaggi” nella memoria collettiva e individuale dei paesi dell’Est Europa. Si è conclusa poi la retrospettiva sul cinema sperimentale di Walerian Borowczyk: una selezione accurata che ha indagato, in un lavoro durato due edizioni, l’opera trasgressiva e perturbante dell’artista polacco sposato alla Francia — quest’anno, addirittura omaggiato con un volume interamente a lui dedicato.

Molto interessante anche la sezione dedicata agli autori emergenti della nuova cinematografia greca, da sempre librata tra un passato classico e un presente in continua trasformazione socio-culturale, che ha offerto sguardi nuovi e inaspettati. Ma il ventennale ha portato con sé altre novità, come il progetto Eastweek., teso a creare una rete di rapporti tra le scuole e le accademie di cinema dell’area CEI grazie alla presenza di importanti protagonisti della settima arte che hanno parlato a studenti e pubblico all’interno d’incontri, workshop e masterclass. È stato organizzato anche un articolato omaggio a James Joyce, personaggio caro alla città; che ha incluso una mostra, una retrospettiva cinematografica, un convegno e persino un concorso di sceneggiatura. Trieste ha ricordato con una retrospettiva antologica anche Giacomo Gentilomo, artista poco conosciuto che ha lasciato tuttavia traccia nel cinema italiano più popolare, grazie alla sua inventiva e alla sua versatilità di genere. Non è mancata la pubblicazione di un volume che ne ripercorre la carriera e una mostra dedicata all’opera pittorica di un inedito Gentilomo surrealista. E ancora la sezione “Zone di Cinema ”, che valorizza invece la produzione locale, nei suoi diversi, possibili, approcci.

Trieste Film Festival 2009

Ulteriore, stimolante percorso è stato “Walls of sound ”, un viaggio affascinante che ha indagato le modalità con cui la musica viene prodotta, fruita e vissuta al di fuori dei grandi circuiti mediatici. E che ha idealmente rappresentato il trait d’union con la nuova sezione del Festival, “Nonsolocinema”: una serie di appuntamenti musicali che hanno portato sul palco del Teatro Miela eventi di confine tra musica elettronica e sperimentazione visiva. Tra questi la dj set session iniziata dagli Electrosacher, dai Frank Sent us e conclusa dal talento della giovane musicista electro-pop Olga Kouklaki, la performance di Massimo Zamboni e Catodica (organizzata proprio da Fucine Mute), rassegna di videoarte giunta alla quarta edizione e culminata nel concerto del port-royal che ha ipnotizzato il pubblico nella serata di chiusura del Festival.

Trieste risponde insomma con slancio, e si abbandona curiosa a pellicole forse più impegnate, più “distanti” dal nostro gusto, con la consapevolezza di possedere uno sguardo privilegiato, verso un Est prossimo e allo stesso tempo lontanissimo. Al di là, dei contenuti, e della qualità delle pellicole, che non hanno bisogno di essere ribaditi, il Trieste Film Festival è anche un modo per ritrovare se stessi e gli altri, perché il cinema è particolare e universale, unico e doppio, singolo e molteplice. E rinasce, ogni volta, negli occhi di ciascun singolo spettatore, attivando risonanze estetiche, etiche e intellettuali assolutamente personali, facendo vibrare corde individuali, rievocando stralci di vissuto privato. Cosa c’è di meglio che apprendere contenuti attraverso circuiti “emotivi” e “partecipativi”, attraverso la voce autentica di un’ artista — rivelatore? Anche la partecipazione è di solito quanto mai diversificata: si incontra l’occhio acuto dell’intellettuale, quello attento del curioso, quello incantato dell’appassionato, quello entusiasta dello studente in erba. Così il popolo del Trieste Film Festival si dà la mano, diverso e simile, si riconosce e si confronta, nel segno di una passione che non ha ancora smesso di rinnovarsi.

Trieste Film Festival 2009

Da qui, preme ribadire l’importanza di salvaguardare queste piccole cattedrali del sogno, piene di storie e di memorie, che sembrano destinate a retrocedere timidamente davanti alla volontà espansiva dei nuovi cinema multisala. A Trieste, negli ultimi anni, diverse sale hanno chiuso i battenti (dal Capitol, al Lumière, all’Alcione), e la cosa è avvenuta quasi sotto silenzio. E ora anche il cinema Excelsior chiude, per sempre, oggi, 31 gennaio, dopo aver ospitato per l’ultima volta il Trieste Film Festival che ha visto nascere. Il tentennamento delle ultime settimane aveva dato una piccola speranza ai gestori del cinema; c’era un’attesa ottimistica, proseguiva la petizione popolare. E invece niente. La notizia è arrivata come una sentenza, definitiva e inappellabile. Quanta tristezza per gli amanti del buon cinema in città.

Speriamo che questa sia un’occasione per convincere i reticenti sull’importanza degli antichi cinematografi dai nomi d’altri tempi. Speriamo che i nuovi “casermoni” affianchino senza esclusivismo i cinema più piccoli che per decenni hanno ospitato le serate dei nostri nonni. L’alleanza culturale tra la Sala Azzurra, il cinema Excelsior, il cinema Ariston e il Teatro Miela sono un sintomo di grande vitalità, una grande prova di resistenza. Insomma, tra i cine — panettoni e i colossi hollywoodiani può, e deve rimanere uno spazio per un cinema che è “minore” solo nel budget e nella capacità distributiva. E non per compiacere una piccola élite cinefila, cultrice dell’ Armata Potëmkin, ma per promuovere e “democratizzare” un cinema di qualità e di sperimentazione, un cinema se vogliamo educativo, in grado di soddisfare gli amatori e di raffinare i palati più giovani, un cinema, insomma, capace di offrire qualcosa che vale più del prezzo del biglietto.

Pubblicato su Fucine Mute