Microclismi

Francesca (2009, Bobby Paunescu)

È indubbio che con La morte del signor Lazarescu (Cristi Puiu, 2005) per la cinematografia rumena si è aperta una nuova – e fortunata – stagione. Nemescu, Porumboiu, Corneliu sono solo alcuni esponenti di questa vivace “new wave”, pronta a incamerare riconoscimenti nei più importanti Festival internazionali: Quattro mesi, due settimane tre giorni di Cristian Mungiu – ricordiamo – ha trionfato a Cannes nel 2007. E adesso anche Bobby Paunescu approda al suo primo e controverso lungometraggio confermando lo sguardo critico e allo stesso tempo sensibile delle nuove generazioni di Bucarest. Francesca – omaggio a Francesca Cabrini, patrona degli emigranti – non è solo la storia di una giovane maestrina abbagliata dal “sogno italiano”, o il tratteggio intimo di una donna che affronta le problematiche di una partenza difficile, Francesca è piuttosto il nome che Paunescu assegna alla Romania contemporanea, una Romania immobile e confusa, ancora ingabbiata tra le ideologie della dittatura Ceauşescu e quelle dell’incerta democrazia post rivoluzionaria, una Romania contraddittoria, sospesa, ancora in cerca di un identità nazionale. Spinto dunque dall’urgenza di descrivere un umore collettivo più che una storia privata, il giovane regista rumeno mette in scena un piccolo melodramma storico, che, attraverso la fenomenologia di ambienti, comportamenti, relazioni, tenta di disegnare la geografia psicologica di un Paese: così, dentro agli scenari scuri del degrado e della malinconia tipici dei paesaggi dell’Est, Francesca sembra imbrigliata in un moto retrogrado che inibisce continuamente la voglia di realizzazione personale, che frena la vitalità e il sano desiderio di riscatto.  Questo senso di stasi è sorretto da una cifra livida, raggelata, prepotentemente oggettiva che mostra i contorni di una quotidianità senza attese dove le persone si muovono senza pulsioni emotive, quasi annichilite dallo sfondo. Lo stesso Mita – fidanzato di Francesca – vive in un miraggio di redenzione fra compromessi e mezzucci con i quali spera di comprare la libertà.  La camera fissa e trasparente registra impietosa l’abbandono di corpi rannicchiati su sé stessi (Francesca, gli amici, la sua stanza)  il grigiore stantio di oggetti vecchi e obsoleti (la pulizia dei ninnoli sulle credenze), lo squallore di spazi domestici intrisi di solitudine (il cruciverba è il passatempo preferito dalla madre). Ma sono anche le sequenze narrativamente irrilevanti a dilatare il tempo reale, a costringere lo spettatore in una sorta di rarefazione mortifera.  Ma non è solo questione di regia, anche la sceneggiatura – scritta dallo stesso Paunescu – insegue questo registro: i dialoghi, prevedibili e didascalici, contribuiscono al senso di circolarità ammorbante e le parole consegnate ai personaggi mettono a nudo le contraddizioni di una reciproca distorsione: se la Romania guarda all’Italia come a un paese opulento ma ingeneroso, il vissuto italiano nei confronti dei rumeni è quello di una comunità inquinante (lo strozzino Romulus è riferimento diretto al caso Reggiani). Da segnalare anche la capacità interpretativa di Monica Birlandeau, che con la sua fisicità (gesti, posture, ritualità) mostra i profili di un interno esitante e combattuto: in effetti molte “Francesche” tornano indietro, vuoi per la paura di lasciare gli affetti familiari, vuoi per il senso di instabilità che le attende fuori dai confini del Paese natio.  Non manca poi una denuncia coraggiosa nei confronti delle istituzioni politiche che fomentano atteggiamenti di prudenza e circospezione nei confronti di comunità pericolose.
L’esordio di Paunescu è di fatto una storia esile con personaggi forse troppo chiusi nel cliché, ma, va detto, è coerente e stilisticamente amalgamato; conta poi, nella visione d’insieme, il precipitato emotivo della pellicola, che ha il sapore di una dichiarazione autentica e sofferta: Francesca rappresenta in fondo la speranza per una convivenza pacifica e civile che abbatta definitivamente il muro del pregiudizio.