Microclismi

Happy family (2010, Gabriele Salvatores)

A due anni di distanza Salvatores congeda le note cupe e riflessive di Come Dio Comanda per proporre una commedia allegra, frizzante, e, questa volta, sicuramente convincente.  La semplicità della sceneggiatura – che riprende l’omonimo testo di Alessandro Genovesi – e la scelta di una regia essenziale hanno il grande merito della spregiudicatezza: la pellicola evita accuratamente la pretenziosità, il monito morale, la scivolata retorica e gioca disinvoltamente con materiali presi a prestito da teatro, cinema, letteratura, televisione. Il curioso allestimento richiama direttamente la piéce pirandelliana “Sei personaggi in cerca d’autore”, ma anche il siparietto che apre e chiude il film e le didascalie in stile retrò sembrano sfruttare i tempi e le modalità proprie della performance  teatrale; a pensarci bene poi, tutta la sceneggiatura ha il sapore di un canovaccio che si fa, si disfà, e torna a farsi, senza parlare dell’autoironico scambio con il pubblico (il pensiero va a Woody Allen), che svela senza virtuosismi il dispositivo drammaturgico a ossatura del film. In un’operazione come questa, è chiaro, la citazione  diventa un materiale costitutivo da plasmare e posizionare a piacere: per fare qualche esempio, l’epilogo riporta alla scena più intensa dei Soliti Sospetti mentre l’impianto della family strizza palesemente d’occhio al colorato “team” dei Tenembaum. Ma c’è di più, perché anche le performance degli attori hanno qualcosa di fortemente metalinguistico: se Abatantuono irradia, con la sola presenza scenica, quell’ironia grassa e sanguigna che ha fatto la sua fortuna da Mediterraneo in poi, De Luigi impone senza timidezze la sua prossemica da estemporanea sit-com televisiva; e persino Margherita Buy e Fabrizio Bentivoglio sembrano convivere pacificamente con le “caricature” ormai depositate nella coscienza collettiva: la grazia scontrosa di lei e l’arietta cinica e sorniona di lui creano un cortocircuito comico inedito, mentre i figli delle due famiglie, Marta, Tommaso e Caterina inciampano senza vergogna nell’ingenuità dell’inesperienza. Eppure sono proprio questi scarti, questi prestiti, queste sovrapposizioni apertamente dichiarate a plasmare un affresco frammentato e multicolore che nella schizofrenia delle forme trova pure un equilibrio di senso; la descrizione del sofferto e contraddittorio legame che unisce l’autore alla sua opera è raccontato in maniera sicuramente efficace tanto che la superficialità di alcuni momenti non disturba: diverte in effetti l’irruzione degli attori nel monitor del computer, il loro girovagare nelle stanze dell’appartamento, le surreali polemiche su un protagonismo sempre mortificato, e fa sorridere la singolare trovata della “pallina per il detersivo” insieme a tutti i cliché che progressivamente affiorano (il figlio gay, la ragazza introversa, il matrimonio in crisi, il sogno di un viaggio ancora da compiere). Il film spiega e dispiega le contraddizioni dell’atto creativo, mettendo in mostra paure, desideri e frustrazioni, finché i personaggi di Ezio non reclameranno un’ arbitrio, un ‘intenzionalità autonoma che gli permetterà di inventare la propria storia. Nulla di nuovo dunque, ma dentro a questo divertito “ammutinamento” cine-letterario, lo spettatore trova il tempo di riflettere sulle imprevedibili strade della creazione artistica addentrandosi in quei  “feticci” personali (concreti e psicologici) che generano l’intuizione creativa. Non mancano le stonature: se il “finto finale” in qualche modo rientra nel codice, le riprese oleografiche della Milano di notte sulle note di Chopin sembrano un’innesto superfluo, e anche la chiusa finisce per “opacizzare” il registro brioso dell’intera pellicola: se l’incontro con la Caterina reale è uguale a quello che ha popolato le fantasie del protagonista, il meccanismo si spezza. Dedicato a chi ha paura, è la dichiarazione di apertura; viene da dire che quella del regista è di chiudere senza un finale rosa confetto.