Microclismi

Mine vaganti (2010, Ferzan Ozpetek)

Iniziamo col dire che Mine Vaganti è un film terribilmente imperfetto. Imperfetto perché non ha sicuramente l’altezza di certa commedia italiana vecchio stile – dove comicità e melò sono magistralmente miscelati -, ma non ha neanche la brillante (e a volte superficiale forse) confezione di stampo americano dove l’abile sceneggiatura e gli ineccepibili tempi della regia il più delle volte salvano il film. È la commedia di Ozpetek. È’ la commedia italiana. È il cinema italiano con i suoi momenti intensi e riusciti e i suoi passaggi completamente sbilanciati. Così, immancabilmente, al suo ottavo film, tornano, ancora, tutte le contraddizioni di uno stile che non convince fino in fondo. La pellicola paga molti sbilanciamenti: se alcuni personaggi sono fortemente ingabbiati nello stereotipo (qui il padre Vincenzo, per fare un esempio), altri cercano la pennellata più fine e sfumata; se certe trovate comiche risultano sicuramente efficaci, altre appaiono decisamente banali e forzate; e quando un passaggio drammatico finalmente coinvolge, ne arriva subito un’altro a segnare una caduta imperdonabile. E in effetti la perplessità su questo film riguarda soprattutto questi cambi repentini di registro dove il sorriso amaro, la sganasciata e la piccola lacrimuccia sembrano brutalmente imposti da una regia che fatica a trovare un baricentro. Certe invenzioni poi appaiono superflue e fuori luogo: l’amore impossibile tra una giovane, bella e volitiva ragazza borghese e un gay dalla flemma dolce e accondiscendente o le colorate esibizioni della banda di omosessuali in vacanza o ancora il profilo della sorella zitella che scioglie le sue inquietudini esistenziali nella bottiglia, ricordano a tratti i codici della peggior fiction televisiva. D’altronde la materia narrativa si appoggia al cliché collaudato del “ballo di famiglia” che improvvisamente libera catarticamente la sua parte oscura: nello scintillio dell’argenteria fatta ripulire per l’occasione, tra brindisi che sembrano suggellare unioni incorruttibili, qualcosa squarcerà il velo di Maya distruggendo le ritualità rassicuranti e i compromessi silenziosamente accordati (bella l’uscita sospirata della zia “è più faticoso star zitti che dire quello che si pensa”); Ozpetek mette di nuovo al centro del suo discorso “la famiglia” e la problematicità dei legami si sangue (tanto cara al gusto nostrano per altro) ma non riesce a liberarsi di quel fondo retorico e nostalgico che va detto, finisce per allontanare emotivamente lo spettatore dai protagonisti. Scoprire che la mina vagante non è solo l’espressione di una trasgressione irriverente ma l’affermazione di un’individualità guadagnata con fatica e dolore, è un messaggio al fondo banale e il regista italo turco non riesce a far muovere le corde giuste. Ma  Mine Vaganti ha un altro problema: la regia segue uno sguardo decisamente vecchio e passatista: forse perché la cornice di una provincia chiusa e retrograda non è più questa, forse perché i gay di nuova generazione sono cambiati, forse perché il ritratto del pater familias chiuso e intransigente ha cambiato profilo.  Certo, in questo affresco familiare ognuno può rintracciare tracce della propria storia personale ma manca l’arguzia, manca il disincanto, manca la ferocia di quell’humor nero che la commedia italiana è riuscita a raggiungere in certi capolavori degli anni passati e che in uno strano paradosso sembrano oggi più convincenti delle sperimentazioni contemporanee (pensiamo a Parenti Serpenti di Monicelli). Il prologo e l’epilogo, che propongono un tono onirico e surreale di stampo almodóvariano provocano l’ennesimo disorientamento. Rimane il sorriso ingenuo e divertito per un film che esplicita la sua velleità di far riflettere e far divertire allo stesso tempo e così non si riesce proprio a rinunciare alla scivolata mielosa (gli ossessivi controcampi di sguardo tra Scamarcio e Grimaudo) e al momento “che simpatiche però queste checche…”, che ha fatto le fortune di molti film di Ozpetek: “E dove vi siete conosciuti con Tommaso?” –  “Alla buca” – segue imbarazzo collettivo. Cosa resta? resta una regia sincera e degli attori genuini. Resta la commedia di Ozpetek dove dobbiamo essere pronti ad accogliere anche la colonna sonora di “50mila” di Nina Zilli.

Alice Autelitano (a cura di), Catalogo del XXIX Premio Internazionale alla migliore sceneggiatura Sergio Amidei, Gorizia, Transmedia, 2010: “Mine vaganti”, pp. 50-51.