Microclismi

Monster (2003, Patty Jenkins)

Fin dai suoi esordi il cinema si è nutrito di cronaca: è l’idea di restituire una vicenda realmente accaduta alla sua verità attraverso il linguaggio cinematografico che, per sua stessa natura, dissimula, falsifica, interpreta. Si può approdare ad esiti interessanti, ma anche scivolare verso soluzioni improprie, oscillando fra gli estremi di una ricostruzione che accentua il dato sensazionale o che si appoggia ad un “messaggio” di carattere etico o politico troppo esplicito ed esasperato.. In entrambi i casi il falso del cinema ed il vero della cosa accaduta non si compenetrano e tradiscono la loro reciproca estraneità. Qui, la rielaborazione, percorre un sentiero plausibile, perché Monster è semplicemente la storia di una declino esistenziale raccontato con umiltà e discrezione, un declino certamente scandito da un tessuto di esperienze lancinanti e distruttive. Immersa in un mondo squallido e brutale (quello della prostituzione, dell’accattonaggio) la protagonista tenta di rincorrere il filo di una redenzione impossibile, guidata più dal bisogno di ritrovare un’immagine vitale ed accettabile di se stessa, che dal desiderio di integrazione sociale. E’ il centro di questo disperato dissidio – il tentativo di una rinascita condotto con gli stessi strumenti della perdizione – ad assorbire la sensibilità dello spettatore, prima introdotto nelle brutture del personaggio, poi quasi complice e solidale nel seguire la parabola di un destino che appare nello stesso tempo ingiusto e necessario. Si impone il profilo di una personalità che “tiene” lo schermo: una donna che tenta di ricomporre un’identità lacerata affidandosi ad una passione totalizzante e generosa muovendosi tuttavia nello stesso magma infernale che ha segnato la sua parabola esistenziale: il possesso, la violenza, il ricatto. È in questo dimenarsi (dove tragico e sublime si rincorrono), che Aileen si avvicina ad uno spettatore che suo malgrado finisce per guardarla con gli occhi della comprensione e della  tenerezza: colpisce il dramma e le contraddizioni di un’esistenza che si impone in quanto tale, senza attingere mai agli stereotipi dell’archetipo. Aileen è viva perché rozza e volgare, sporca e mal vestita ma allo stesso tempo di un’autenticità commovente. È un cortocircuito fra bisogno d’amore incondizionato e paura dell’abbandono, fra passionalità e durezza. Lungo il filo di queste tensioni irrisolte lo spettatore accompagna la sua eroina ferita verso l’ineluttabile finale, nel quale l’ultima disillusione ed il tradimento sembrano concludere nell’accettazione di una sconfitta esistenziale ormai lucida e consapevole. Il cammino verso la morte diventa allora il luogo della pacificazione, della dignità, del compenso. Capace di seguire con misura il suo personaggio, la regia, con linguaggio essenziale ed asciutto, ci restituisce la parabola di una donna che – lontano dal giudizio della morale – chiede un perdono umano e profondamente laico.