Microclismi

Pickpocket. Diario di un ladro (1959, Robert Bresson)

“Non si crea aggiungendo, ma levando”
Robert Bresson

Le storie, per Bresson, sebbene interconnesse da un filo rosso – “angeli caduti” condannati ad una tensione insanabile tra volontà e destino, annichilimento e ribellione, rassegnazione e speranza – non sono che un espediente drammaturgico: così, anche nel diario di Michel, borseggiatore inesperto ma tenace, disposto a perdere tutto tranne la “professione”: per questa parte, viaggia, ritorna, per questa accetta la reclusione e la condanna, per questa rinuncia alla donna che scoprirà di amare. Inutile dirlo, il senso è fuori, stemperato nella cornice, raggrumato nelle dissolvenze che dividono le sequenze: è il buio, il silenzio, quel “troppo vuoto” insostenibile che ammalia e spaventa. Questa è la genialità bressoniana, il tentativo di far convergere personaggio e sguardo registico sul ritmo stesso della vita, che procede per dilatazioni (inquadrature inquietantemente lunghe), contrazioni (riprese velocissime, successione sincopata di dettagli), illuminazioni. Come spiega Giorgio Tinazzi, “la messa in forma è dunque l’aspetto più rilevante e l’interesse primario di Bresson” (Il cinema di Robert Bresson, Venezia, Marsilio, 1979). Michel è dunque il vetro opaco nel quale specchiarsi (di qui l’inespressività di La Salle), la metafora corporea che permette di entrare nel movimento imprevedibile dell’esistenza. Quello che rimane sono solo visioni parziali e tronche: ecco allora gli ambienti mai ripresi in totale, le ellissi temporali improvvise, i dettagli strettissimi, i carrelli inattesi; lo stesso stile dunque, sembra descrivere il movimento di una coscienza in balìa di eventi incontrollabili. Così, anche la parola (inadeguata, insufficiente, precaria), preferisce spogliarsi, fino a diventare una lapide marmorea, asettica, priva di contatto autentico: “Jeanne, lei crede che verremo giudicati?”, “Sì, ma non temo per lei. Era perfetta”. In questo quadro persino la morte e la nascita sono fenomeni alla stregua degli altri: Michel si inginocchia ma non piange la morte della madre, e la figlia di Jeanne non è che “caduta” tra le altre “cadute”. In Pickpocket Bresson officia la sua messa con massimo rigore, con uno stile che Paul Schrader definisce “trascendentale”: si tratta di quella cifra limpida e filtrata, di quel linguaggio talmente asciutto e dedrammatizzato da rovesciarsi in una compartecipazione sofferta. Così l’individuo è costretto a sostenere reiteratamente le contraddizioni dell’esistenza che investono il piano personale (il bene e il male come unità ontologicamente inscindibili), morale (il peccato come agìto necessario), religioso (la tensione a un’entità unificante) e istituzionale (la legittimità di giudizio e condanna). È a quel punto che la realtà sembra riproporre la condizione del disordine onirico: “Lei sogna, non è nella vita reale” dice Jeanne. È su questo rovesciamento continuo di segno, che l’autore approda a quel nichilismo raggelante non privo di pietas, destinato ad una depurazione sempre più dura e spietata nelle opere successive. Il treno dell’esistenza (quello che conduce Michel da Parigi a Milano, da Milano a Roma e infine a Londra) percorre binari tanto necessari quanto sconosciuti (egli torna addirittura da dove è partito): sospinto dal vento della predestinazione di stampo calvinista (qui, il furto come vocazione), l’uomo soffre nel tentativo, regolarmente fallito, di autoaffermazione (“Questi muri, queste sbarre, tutto mi è uguale”) che contrasta con il tentativo di “credere” (“tutto – dice Jeanne – ha forse una ragione”). E tuttavia dentro questa circolarità insignificante, s’insinua la speranza di una Grazia, che però – quasi come una beffa – può presentarsi, come sa Dostoevskij, nel momento stesso della condanna. Ma allora qual è la conclusione di questa filosofia del pessimismo bressoniano? L’attesa della rivelazione, quella che il regista segnala con l’insorgenza, anch’essa improvvisa, del momento musicale, l’unico, come diceva Nietzsche, in grado di “ingabbiare” la volontà: in quella estemporanea epifania, miserevolmente, l’esistenza brilla (“C’era qualcosa che illuminava il suo viso”). Jeanne allora è l’essenza a lungo negata, che si offre bruciante a un’umanità inquieta e devota. Michel, dietro le sbarre, bacia castamente Jeanne sulla fronte, che, a sua volta, poggia le labbra sulla sua mano. Ma cos’è quel bagliore innaturale che si intravede sul suo viso? quel “lirismo” potente e misterioso? Dio? la Grazia? il Perdono? o forse solo lo squillo che sancisce il passaggio tra la condanna della vita e la condanna della morte? Non lo sappiamo, il finale è aperto, ma – dice Michel estraniato e commosso – “che strana strada ho dovuto percorrere per arrivare fino a te”.

Alice Autelitano, Sara Martin (a cura di), Catalogo del XXVIII Premio Internazionale alla migliore sceneggiatura Sergio Amidei, Gorizia, Transmedia, 2009: “Pickpocket”, pp. 42-43.