Microclismi

Pranzo di Ferragosto (2008, Gianni Di Gregorio)

In Pranzo di Ferragosto Di Gregorio allestisce una coreografia breve e genuina; sul palco, quattro vecchiette diversamente bizzarre: Valeria, nobildonna decaduta, capricciosa, esigente, quasi sempre polemica; Maria, silenziosa e serissima, pronta  a raccontare – per l’ennesima volta – i segreti della sua eccezionale pasta al forno: poi, Grazia, iperprotetta dal figlio medico, e quindi medicalizzata, nonché regolarmente mortificata da una dieta a verdurine lessate, e ancora Marina, istinto giovanile indomabile; insofferente, indifferente, sempre pronta alla fuga. Fuori la Roma trasteverina e in mezzo il figlio di Valeria, che – come suggerisce la sequenza dei titoli di coda –  offre il braccio per un valzer tutto affidato alle “icone” femminili; Gianni, buono ma scalcagnato, è indebitato con l’amministrazione, amante del bicchiere, e “innamorato” dell’anziana madre. Nella contingenza  “straordinaria” (l’accoglimento in casa di altre tre vecchiette) l’unico maschio, è costretto a gestire le contese per la televisione, a differenziare le diete, a giustificare le assenze materne e a sdrammatizzare gli inevitabili cortocircuiti di una convivenza accidentale.
Non stupisce che sia stato Garrone a tirare fuori la pellicola dal cassetto di Di Gregorio. Il produttore romano – si sa – apprezza il tocco “realista”, il personaggio che mette in forma la storia, la sceneggiatura sporca e lucente. E’ la valorizzazione del piccolo quotidiano, essenziale, secco nella sua fedeltà fenomenica, e per buoni tratti silenzioso ad innalzare questa pellicola che deve qualcosa anche a Massimo Gaudioso (Archimede Film): è lui a imbracciare la macchina da presa nelle sequenze con  Di Gregorio protagonista. Ma al di là delle “responsabilità autoriali”, quel che importa è che l’operazione è riuscita. In questa pellicola la parola esplode nella sua portata autentica e imperfetta, rivelando le alchimie misteriose dei diversi lessici familiari, il “dato verità” si dilata, fino a coincidere quasi con la verità stessa: la storia è già dentro il protagonista-attore-regista che mette (catarticamente) in scena i chiaroscuri della sua reale simbiosi materna: le ambientazioni (la casa della madre) i personaggi (il Vichingo) gli stessi oggetti (piatti, stoviglie, suppellettili), appartengono realmente al vissuto del regista, e questo probabilmente ha contato qualcosa.  Budget ridotto e plausi da parte di pubblico e critica. Il dispositivo “realtà” non tradisce, se lo si sa maneggiare con cura: gli attori (non professionisti – fatta eccezione per la De Franciscis), si muovono con libertà assoluta. Le pose, le reazioni, i comportamenti si assestano su una naturalezza che al cinema non vediamo così spesso. Rincorso da una macchina da presa che si limita a “catturare” un flusso per gran parte imprevedibile, il colorato quartetto si afferma con quella prepotente ingenuità, con quella spinta irriverente (tipica forse del primo e dell’ultimo tratto della vita), che esibisce senza vergogna il linguaggio dello spirito. Così, nelle ripetizioni ossessive, nei sospiri d’insoddisfazione, nelle stesse risate, cogliamo i lampi di una poesia domestica dove lo smalto vivo della personalità supera il decadimento del corpo. L’indugiare della macchina da presa sui volti, si propone quindi di sondare quel tempio privato, dove ognuno custodisce (ed esibisce, forse involontariamente) le note della sua unicità.  La regia regala lo spettacolo della vita che brilla nel suo spontaneo dispiegarsi; lo stile esplora le contraddizioni, le goffaggini, gli imbarazzi che trasformano il silenzio in parola trattenuta, il gesto in riflessione nascosta, il sorriso in melanconia. E allora la timidezza (Maria) il capriccio (Valeria) l’esuberanza (Marina) la compostezza (Grazia) parlano in fondo di un sentire universale: la consapevolezza – qui giocosa e autoironica – di un declino in fondo ineluttabile. Ed è questa “purezza”che trattiene, questo equilibrio che intreccia il rispetto con la presa in giro, la tenerezza con il rimprovero, la comprensione con la provocazione, senza sfiorare territori moralistici, senza la deriva buonista del “prendiamoci cura dei nostri vecchi”, pronta a denunciare l’abbandono, la negligenza, l’egoismo. Una prima prova umile e intelligente, dove (come nelle opere migliori) la leggerezza muove insieme pensiero e sorriso.

Alice Autelitano, Sara Martin (a cura di), Catalogo del XXVIII Premio Internazionale alla migliore sceneggiatura Sergio Amidei, Gorizia, Transmedia, 2009: “Pranzo di ferragosto”, pp. 156-157.