Microclismi

Primo amore (2004, Matteo Garrone)

Devo dire che c’era aspettativa: la prima opera di Matteo Garrone (L’imbalsamatore, 2003) aveva indubitabilmente convinto. Con una marcatura stilistica originale, il regista era riuscito a raccontare una storia in cui realtà e poesia sembravano fondersi in modo felice, nel disegno dei personaggi, nel taglio lucido ed essenziale della sceneggiatura, nel procedere teso e drammatico del racconto. Sospesa fra desolazione e sentimenti, fra violenza e bisogno, fra ingenuità e perversione, la parabola di Garrone rappresentava un insieme denso di suggestioni. Colpiva, soprattutto, quella capacità di costruire senza scarti ed esitazioni uno sviluppo narrativo plausibile, entro il quale avvenimenti e figure assumevano una fisionomia “forte” e concreta. Un testo vibrante, in condizione di coinvolgere emotivamente lo spettatore e di introdurlo immediatamente – ed angosciosamente – nello scivolamento tragico della vicenda. Qui, forse, si avverte da subito che l’ispirazione centrale fatica a trovare movimento: è come un ruotare continuo intorno ad una stessa “tesi”, un processo di scavo e di depurazione “anoressica” orientato da un bisogno di stilizzazione estrema, che tuttavia manca di pathos ed approda ad una sorta di descrittivismo, cui concorre una sceneggiatura talvolta orientata verso la didascalia. Ha avuto qualche ruolo, probabilmente, la circostanza di muovere da un riferimento letterario, da una cornice precostituita, da una “tesi” appunto, ma resta che in questa seconda prova la narrazione filmica non decolla ed abbandona lo spettatore al mero apprezzamento della sapienza fotografica (ed alla straordinaria prova di Michela Cescon, che in certo modo introduce un realismo drammatico incongruo rispetto alla tonalità registica). Manca, insomma, il narrare per immagini sul filo dell’evocazione e della pennellata incisiva, al punto che gli stessi personaggi finiscono per assumere un ruolo quasi “teatrale”. Nel bene e nel male il taglio registico risulta condizionante nel proporre una essenzialità che, questa volta, non seduce.