Microclismi

Splice (2009, Vincenzo Natali)

Se il titolo è un chiaro riferimento al destino della protagonista – creatura mostruosa nata dalla combinazione genetica di Dna umano e animale -, l’idea dell’innesto richiama altresì l’operazione che Natali compie per assemblare questo film. Di fatto il regista sfrutta molti dei luoghi tipici dell’horror e della fantascienza al punto che sembra quasi di assistere ad un compendio di archetipi fondativi di genere: se è vero infatti che Splice tenta di inserirsi nel solco “avatariano” che ha riportato in auge il tema dell’ “ibridazione” e della creazione umanoide, e altrettanto vero che il nucleo forte della vicenda ritorna necessariamente al mito di Mary Shelley: a guardarlo bene, il nuovo esperimento di laboratorio (all’inizio una sorta di bambina deformata) non è altro che un reificato, mostruoso Frankestein, l’ennesima creatura che corrompe il mistero della vita umana valicando i confini morali di scienza e coscienza. Dentro a questo cliché narrativo la regia decide di allestire un testo pregno di suggestioni psicoanalitiche che oltre ad indagare il rapporto creatore-creatura, si propone di sviscerare le contraddizioni di un perverso triangolo familiare nel quale entrano in gioco dinamiche da manuale freudiano: qui, le rabbie nei confronti di una maternità  morbosa, le metamorfosi del corpo, il tentativo di unione sessuale col padre allestiscono un labirinto psicologico inquietante che ricorda le trasfigurazioni immaginifiche di Guillermo del Toro (Il Labirinto del Fauno), in effetti, produttore esecutivo di Splice. Queste atmosfere tendono quindi a definire una chimera di femmineo maligno, ammaliante e polimorfo (vengono in mente le considerazioni di Jung sull’androginia e la bisessualità), che, a tratti, sembra rappresentare l’incarnazione tangibile della psicopatologia: a pensarci bene infatti, la mutilazione corporea che Elsa compie sulla sua creatura richiama la mutilazione psicologica cui la madre l’aveva condannata anni prima. Dren ha le fisionomia di un’inconscio irrisolto, di un Sè che si mostra in tutta la sua mostruosa conformazione. Era prevedibile: nello stile il film si rifà ai più suggestivi “parti” cronemberghiani: in Splice il tema della filiazione perversa richiama la vocazione infanticida di Nola in Brood –  la covata malefica, le ripugnanti fecondazioni del Demone sotto la pelle, e le riflessioni sui confini tra organico e inorganico di Existenz; il pungiglione poi, posto sulla coda di Dren, è una limpida citazione all’uncino letale di Rabid – sete di sangue. Poi va detto: le due creature “madri” destinate alla ricerca medica, esibiscono quella bellezza conturbante e repulsiva che da sempre identifica lo stile del regista canadese; nella scena del loro accoppiamento (l’imprinting) la macchina da presa indugia sulle loro mostruosità corporee evocando la tridimensionalità delle fredde descrizioni cronemberghiane. Ma i riferimenti ai “luoghi” tipici di genere non sono finiti: nel rapporto contraddittorio e viscerale che lega la madre al suo parto metafisico, respiriamo le gelide atmosfere della saga di Alien e riusciamo a rintracciare persino il destino della Rosemary di Polanski, anch’essa, lo ricordiamo, condannata a generare l’abominio. Il tutto è incorniciato da una regia piuttosto banale ma tutto sommato omogenea: le luci fredde virate in blu – riconosciamo la firma del regista di The Cube – plasmano un’ambiente claustrofobico dove l’ingabbiamento ambientale di Dren trova una precisa corrispondenza psicologica quasi a rappresentare l’oscuro che ogni individualità nega e nasconde; ma al di là di questa interessanti suggestioni, alcuni elementi non convincono e in qualche modo appiattiscono l’intera operazione. Il tratteggio dei personaggi è debole: Sarah Polley non ha uno spessore convincente mentre Adrien Brody oltrepassa troppo spesso il perimetro della credibilità (non poche le scene dove scappa una risatina) mentre la sceneggiatura risulta spesso inadeguata, troppo elementare per sorreggere le tematiche messe in campo. Colpevoli anche alcuni escamotage spettacolari (le ali di Dren per fare un esempio) che finiscono per annacquare l’atmosfera di crudo realismo. Insomma, Splice è una danza macabra (per altro non pochi i riferimenti musicali Ginger Rogers, Fred Astaire, la musica jazz) ben confezionata e fors’anche godibile, ma, va detto,  se The Cube offriva una messa in scena originale e decisamente efficace, in Splice contenuto e trattamento rimangono, per buona parte, dominio altrui.